E forse noi non piangiamo? (Diritti per gli animali)

Con il passo del tempo l’umanità inizia a poco a poco a scoprire le orrende pratiche a cui sono sottoposti tanti animali per dare soddisfazioni ai più variegati interessi della nostra specie. Scoprire è la parola corretta giacché potenti fattori economici hanno tutto l’interesse a mantenere fuori dallo scrutinio delle masse gli stabilimenti adibiti agli allevamenti industriali per il mercato alimentario, le aziende che forniscono toppi, cani o macachi per venire torturati  -scusate ma non riesco a trovare un´altro termine più adatto- nei laboratori di ricerca, l’industria delle pellicce e per la produzione di cosmetici, e via elencando.

In conseguenza -e di pari passo con le nuove scoperte dell’etologia e della neuroscienza degli animali- il numero di persone che vede ragioni di indole morale per fermare queste pratiche che certamente valuta come sbagliate, è in continuo aumento.

Ma se in questi comportamenti c’è un torto, cosa si può fare per porli fine? E su quale fondamenta teoriche si dovrebbero sostenere le eventuali azioni correttive?

Esaminiamo un po’ le diverse teorie etiche che hanno a che fare con la questione animale partendo da quelle più complessive: le teorie dei diritti degli animali. Quando parliamo di diritti, intendiamo per tali la facoltà di avvalersi di certi strumenti che creano in altri dei doveri mirati a non ledere un insieme di caratteristiche considerate importanti per gli esseri individuali e che denominiamo valori. Quale siano quei valori che vanno protetti dipende dall’approccio teorico scelto.

Se, come sostengono le posizioni contrarie ad allungare il manto protettivo dei diritti agli animali non-umani, lo status morale che determina i valori protetti dai diritti si impernia su livelli di razionalità o delle capacità di azioni, allora si cade spesso in posizioni di specismo, difficilmente difendibili come dimostrano i casi marginali (nei cui alcuni membri di un´altra specie possono avere un grado di competenza e autonomia superiore a alcuni membri del Homo sapiens).

Ed è per ciò che tutte le teorie che si battono in favore dei diritti per gli animali ritengono un approccio deontologico dove gli individui -a prescindere da altri fattori che sarebbero irrilevanti-  possiedono  questi diritti di forma autonoma e individuale come qualcosa intrinseca alla loro soggettività.

Tra le principali teorie dei diritti vogliamo sottolineare principalmente  le teorie liberazioniste. Concretamente, quelle di Regan e quella di Francione.

In 1983  Tom Regan pubblicò un libro intitolato The Case for Animal Rights dove indicava la facoltà di essere senziente come una condizione necessaria per usufruire della protezione degli interessi degli animali. Ma sebbene la teoria de Regan è basata su un principio di imparzialità tra individui di specie diversa, essa anche richiedeva che ci fosse un confine tra gli animali che possono avere dei diritti e quelli che non possono. Il limite nella pratica non risulta tanto netto, ma Regan lo stabilì nella coscienza animale, ovvero nella possibilità di essere “soggetti-di-una-vita“, nozione intesa come un valore inerente basato nel avere una vita in senso biografico (con memoria, desideri propri, aspettative nel futuro…) e non solo nel senso biologico.

Gary Francione, da parte sua, considera la prospettiva di Regan molto stretta, ed insiste in allargare i diritti a tutti gli esseri senzienti senza eccezione, e per di piú a chiedere l’abolizione della condizione di proprietà umana degli animali. Per Francione è proprio il concetto di proprietà quello che permette agli umani di usare gli animali alla loro esclusiva discrezione. Se si vuole raggiungere la liberazione animale, non c’è altra via che sostenere un modo di vita vegano che prescinda da qualsivoglia utilizzo degli animali come risorse degli uomini.

Di queste due correnti della teoria del diritto degli animali -e di altre che non abbiamo trattato qua- ne parleremo in successive entrate di questo blog.

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